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27.7.02
14.7.02
Taccuino veneziano Il Ghetto di nuovo ghetto...
Erano arrivati all'improvviso, qualche giorno fa. Poliziotti, in divisa e in borghese, a bloaccare e perquisire. Addirittura coi sommozzatori che controllavano sott'acqua. E con quelle telecamere al seguito sembrava davvero una fiction. Invece si trattava di un'allarme, che ti dava il livello della preoccupazione in base al dispiegamento di forze. E la preoccupazione allora è diventata paura. Quelli del Ghetto, lo ha ribadito Amos Luzzatto, sono abituati a cose del genere. Ma in una città come Venezia sembrano sempre troppo stonate. Troppo fuori posto. Ma tant'è. All'entrata, quella del "Sotoportego del Gheto", non c'è più la polizia ma una signora, appoggiata alla parete. Sembra uscita da un film, anche lei, con quel largo vestito a blu a fiori e quell'ancora più largo cappello bianco. Poi, però, appena svoltato l'angolo, eccoli, i poliziotti, sono in tre e ti fanno sobbalzare appena li vedi, così, materializzarsi nell'ombra. Il Ghetto di Venezia per un paio di giorni è ritornato a essere ghetto. Isolato. Controlli a chi entrava, perquisizioni. Poi, all'improvviso come si era manifestato, l'allarme è svanito, e all'abitante viene da domandarsi cosa fosse più esagerato, se lo stretto controllo o l'allentamento successivo. Se davvero queste situzionii siano dettate soltanto dalle dichiarazioni di un pentito sotto interrogatorio o se ci sia dell'altro. Dentro, le scritte minacciose sono sparite. Resta, ben visibile solo un tenero "Ti amo Lea" che nessuno ha avuto il coraggio di cancellare. Sul Ponte del Ghetto Vecchio passano in tre con in testa il kappi. Parlano in ebraico ma si capisce nitida la parola "terrorist". Sarà anche allentato, il controllo, ma una certa tensione c'è sempre. Sotto al ponte, la gondola del gondoliere polacco - il primo foresto fra i gondolieri veneziani - ancora non è attraccata al suo posto. Forse è in giro o, forse, spostata dalla linguadi sole che le cadrebbe dritta addosso. In Campo del Ghetto è una mattina qualunque: bambini che giocano, anziani che discutono, turisti che fotografano l'ingresso della sinagoga. I controlli lì dentro sono ancora rigidi, dicono. Dai palazzi dai soffitti bassi e dai tetti altissimi, arrivano voci che parlano in dialetto, si stende il bucato su corde che vanno da una finestra a quella della finestra del palazzo di fronte, arriva il suono di radio sintonizzate su canali diversi. Da una, a tutto volume, un vecchio disco dei Genesis, quando ancora c'era Peter Gabriel. Nella calle vuota, passano tre finanzieri. I loro passi risuonano. I loro berretti verdi colpiti dal sole a picco ti dicono che proprio tutto normale qui non è. Ma ancora quella domanda. Quando inizia e quando finisce un allarme? Come può la paura andare e venire a seconda delle direttive di chissà chi? I tre finanzieri proseguono e si fermano ai piedi del ponte, a parlare con un gondoliere. Il tono è amichevole. Si chiamano per nome, e si fanno confidenze scherzose. Eccola qui la strana normalità del Ghetto. Le forze dell'ordine che la controllano ne fanno ormai parte, hanno fatto conoscenze, stretto amicizie. Ieri ti perquisivano. Oggi no. Domani chissà.
Erano arrivati all'improvviso, qualche giorno fa. Poliziotti, in divisa e in borghese, a bloaccare e perquisire. Addirittura coi sommozzatori che controllavano sott'acqua. E con quelle telecamere al seguito sembrava davvero una fiction. Invece si trattava di un'allarme, che ti dava il livello della preoccupazione in base al dispiegamento di forze. E la preoccupazione allora è diventata paura. Quelli del Ghetto, lo ha ribadito Amos Luzzatto, sono abituati a cose del genere. Ma in una città come Venezia sembrano sempre troppo stonate. Troppo fuori posto. Ma tant'è. All'entrata, quella del "Sotoportego del Gheto", non c'è più la polizia ma una signora, appoggiata alla parete. Sembra uscita da un film, anche lei, con quel largo vestito a blu a fiori e quell'ancora più largo cappello bianco. Poi, però, appena svoltato l'angolo, eccoli, i poliziotti, sono in tre e ti fanno sobbalzare appena li vedi, così, materializzarsi nell'ombra. Il Ghetto di Venezia per un paio di giorni è ritornato a essere ghetto. Isolato. Controlli a chi entrava, perquisizioni. Poi, all'improvviso come si era manifestato, l'allarme è svanito, e all'abitante viene da domandarsi cosa fosse più esagerato, se lo stretto controllo o l'allentamento successivo. Se davvero queste situzionii siano dettate soltanto dalle dichiarazioni di un pentito sotto interrogatorio o se ci sia dell'altro. Dentro, le scritte minacciose sono sparite. Resta, ben visibile solo un tenero "Ti amo Lea" che nessuno ha avuto il coraggio di cancellare. Sul Ponte del Ghetto Vecchio passano in tre con in testa il kappi. Parlano in ebraico ma si capisce nitida la parola "terrorist". Sarà anche allentato, il controllo, ma una certa tensione c'è sempre. Sotto al ponte, la gondola del gondoliere polacco - il primo foresto fra i gondolieri veneziani - ancora non è attraccata al suo posto. Forse è in giro o, forse, spostata dalla linguadi sole che le cadrebbe dritta addosso. In Campo del Ghetto è una mattina qualunque: bambini che giocano, anziani che discutono, turisti che fotografano l'ingresso della sinagoga. I controlli lì dentro sono ancora rigidi, dicono. Dai palazzi dai soffitti bassi e dai tetti altissimi, arrivano voci che parlano in dialetto, si stende il bucato su corde che vanno da una finestra a quella della finestra del palazzo di fronte, arriva il suono di radio sintonizzate su canali diversi. Da una, a tutto volume, un vecchio disco dei Genesis, quando ancora c'era Peter Gabriel. Nella calle vuota, passano tre finanzieri. I loro passi risuonano. I loro berretti verdi colpiti dal sole a picco ti dicono che proprio tutto normale qui non è. Ma ancora quella domanda. Quando inizia e quando finisce un allarme? Come può la paura andare e venire a seconda delle direttive di chissà chi? I tre finanzieri proseguono e si fermano ai piedi del ponte, a parlare con un gondoliere. Il tono è amichevole. Si chiamano per nome, e si fanno confidenze scherzose. Eccola qui la strana normalità del Ghetto. Le forze dell'ordine che la controllano ne fanno ormai parte, hanno fatto conoscenze, stretto amicizie. Ieri ti perquisivano. Oggi no. Domani chissà.
Taccuino veneziano Contraddizioni ed esagerazioni di una città tanto splendida quanto difficile...
Il labirinto - apparentemente - non ha regole. Venezia è un labirinto, e ogni volta che tenti di metterci una regola, scoppia il caos che vuole il mantenimento del caos. Sono molte le categorie di questa città che nutrono se stesse grazie al caos. Ieri mattina, i turisti che intasavano Piazza San Marco e dintorni neanche si sono accorti delle decine di piccole imbarcazioni raggruppate nel bacino di fronte a Palazzo Ducale. Erano troppo preoccupati a mettersi in coda per la foto davanti a Ponte dei Sospiri, loro. Quelli delle barchette, invece, protestavano nei confronti dell'ordinanza del sindaco contro il moto ondoso. Un'ordinanza che ha certamente dei punti contestabili ma che almeno tenta di fare un po' ordine nell'irrisolto problema del moto ondoso. È un momento incandescente, questo, per Venezia. Incominciato qualche settimana fa, con la questione vucumprà. Protetste, manifestazioni e minacce da parte di bancarellari e gondolieri, poi la calata in laguna dell'ormai ex ministro Scajola e ora la zona Rialto-San Marco ha uno spiegamento di forze da serial televisivo. I vucumprà, ovviamente sono spariti.
Venerdì era toccato ai lancioni porta-turisti, che hanno protestato in maniera energica contro il ticket d'ingresso che la giunta farà pagare loro dal prossimo 15 luglio. Li chiamano i "pirati" e il motivo si è visto. Una motonave praticamente sequestrata e un vaporetto cui è stato impedito l'attracco. La questura ha già inoltrato il rapporto alla Procura. Ispirati da tali episodi, anche quelli dei barchini non sono stati da meno. In una città che va a piedi è un paradosso che gli unici a non avere voce in capitolo siano coloro che vanno a remi, penalizzati (messi letteralmente a rischio) dal moto ondoso. E per una volta che - in modo magari discutibile - si pensa a quello che insieme all'acqua alta è il problema principale di questa città, scatta la protesta. Il centinaio di barchini parte da San Marco e si dirige via Canal Grande verso Ca' Farsetti. Il municipio. Procedono lentissimi, intralciando il traffico acqueo. Ce l'hanno coi piloti dell'Actv. Li offendono con quello che per un marinaio veneziano è considerato il peggior epiteto possibile: "Campagnoli!". I turisti, dal vaporetto, osservano sorridenti, divertiti. Qualcuno vuol farsi tradurre i manifesti in pieno stile Processo di Biscardi. Roba tipo: "Tiranno rispetta i costumi dei veneziani". Qualcuno chiede cosa c'entri il carnevale. I giapponesi intanto - c'è da stupirsene? - fotografano. A San Tomà ci sono momenti di tensione. I barchini bloccano gli approdi dei vaporetti. Nasce una rissa verbale con la gente ferma all'imbarcadero, veneziani anch'essi. Un ragazzino - undici, dodici anni - a prua del barchino del padre, insulta a gran voce polizia e vigili. A un certo punto gli gira le spalle e tira giù le braghe. Il padre lo guarda orgoglioso. Quando finalmente il vaporetto attracca, il marinaio consiglia a tutti di scendere e andare a piedi. A fatica polizia e polizia municipale riescono a mettere un minimo d'ordine.
Sotto Ca' Farsetti ci sono i rappresentanti del centinaio di manifestanti. Dal megafono dicono che su in comune non c'è nessuno. Né quelli della giunta, né quelli dell'opposizione. Sono incazzati. Uno dice che torneranno con chili e chili di sardine. "Naturalmente marce", aggiunge. Un altro parla senza mezzi termini di "guerra civile". Il tutto per via di un'ordinanza. E oggi, quelli dei lancioni andranno all'attacco del consiglio comunale. Chissà. Dev'essere perché l'acqua è difficilmente governabile, dev'essere per questo, forse, che ogni protesta in questa città si trasforma in gazzarra. Ma questa città, Venezia, non merita davvero certi spettacoli.
Il labirinto - apparentemente - non ha regole. Venezia è un labirinto, e ogni volta che tenti di metterci una regola, scoppia il caos che vuole il mantenimento del caos. Sono molte le categorie di questa città che nutrono se stesse grazie al caos. Ieri mattina, i turisti che intasavano Piazza San Marco e dintorni neanche si sono accorti delle decine di piccole imbarcazioni raggruppate nel bacino di fronte a Palazzo Ducale. Erano troppo preoccupati a mettersi in coda per la foto davanti a Ponte dei Sospiri, loro. Quelli delle barchette, invece, protestavano nei confronti dell'ordinanza del sindaco contro il moto ondoso. Un'ordinanza che ha certamente dei punti contestabili ma che almeno tenta di fare un po' ordine nell'irrisolto problema del moto ondoso. È un momento incandescente, questo, per Venezia. Incominciato qualche settimana fa, con la questione vucumprà. Protetste, manifestazioni e minacce da parte di bancarellari e gondolieri, poi la calata in laguna dell'ormai ex ministro Scajola e ora la zona Rialto-San Marco ha uno spiegamento di forze da serial televisivo. I vucumprà, ovviamente sono spariti.
Venerdì era toccato ai lancioni porta-turisti, che hanno protestato in maniera energica contro il ticket d'ingresso che la giunta farà pagare loro dal prossimo 15 luglio. Li chiamano i "pirati" e il motivo si è visto. Una motonave praticamente sequestrata e un vaporetto cui è stato impedito l'attracco. La questura ha già inoltrato il rapporto alla Procura. Ispirati da tali episodi, anche quelli dei barchini non sono stati da meno. In una città che va a piedi è un paradosso che gli unici a non avere voce in capitolo siano coloro che vanno a remi, penalizzati (messi letteralmente a rischio) dal moto ondoso. E per una volta che - in modo magari discutibile - si pensa a quello che insieme all'acqua alta è il problema principale di questa città, scatta la protesta. Il centinaio di barchini parte da San Marco e si dirige via Canal Grande verso Ca' Farsetti. Il municipio. Procedono lentissimi, intralciando il traffico acqueo. Ce l'hanno coi piloti dell'Actv. Li offendono con quello che per un marinaio veneziano è considerato il peggior epiteto possibile: "Campagnoli!". I turisti, dal vaporetto, osservano sorridenti, divertiti. Qualcuno vuol farsi tradurre i manifesti in pieno stile Processo di Biscardi. Roba tipo: "Tiranno rispetta i costumi dei veneziani". Qualcuno chiede cosa c'entri il carnevale. I giapponesi intanto - c'è da stupirsene? - fotografano. A San Tomà ci sono momenti di tensione. I barchini bloccano gli approdi dei vaporetti. Nasce una rissa verbale con la gente ferma all'imbarcadero, veneziani anch'essi. Un ragazzino - undici, dodici anni - a prua del barchino del padre, insulta a gran voce polizia e vigili. A un certo punto gli gira le spalle e tira giù le braghe. Il padre lo guarda orgoglioso. Quando finalmente il vaporetto attracca, il marinaio consiglia a tutti di scendere e andare a piedi. A fatica polizia e polizia municipale riescono a mettere un minimo d'ordine.
Sotto Ca' Farsetti ci sono i rappresentanti del centinaio di manifestanti. Dal megafono dicono che su in comune non c'è nessuno. Né quelli della giunta, né quelli dell'opposizione. Sono incazzati. Uno dice che torneranno con chili e chili di sardine. "Naturalmente marce", aggiunge. Un altro parla senza mezzi termini di "guerra civile". Il tutto per via di un'ordinanza. E oggi, quelli dei lancioni andranno all'attacco del consiglio comunale. Chissà. Dev'essere perché l'acqua è difficilmente governabile, dev'essere per questo, forse, che ogni protesta in questa città si trasforma in gazzarra. Ma questa città, Venezia, non merita davvero certi spettacoli.
6.7.02
Per Sergio Cofferati
Guardavo il dibattito alla Camera sul caso Scajola. Avrei dovuto ascoltare e riflettere (o forse sarebbe stato meglio non guardare affatto e lasciare perdere, chissà...), ma l'indignazione sul linciaggio riservato dalla maggioranza a Sergio Cofferati mi ha fatto reagire come hanno reagito molti parlamentari dell'opposizione: urlando, insultando. Non ti viene fuori altro davanti a certe affermazioni. È peraltro ogni volta impressionante l'abilità di imbonitore del nostro Presidente del Consiglio. Nel difendere uno che ha dato dell'incapace e del rompicoglioni a Marco Biagi, lui ha rivoltato la frittata continuando nell'ignobile accusa nei confronti del segretario della Cgil. Scusate, ma io non ce la faccio più a riflettere, ad argomentare, a commentare. Il 23 marzo a Roma - è stato ribadito con allusioni anche l'altra sera - c'erano 3 milioni di finacheggiatori dei terroristi. Successe questo, il 23 marzo, a Roma... (articolo uscito il 24 marzo 2002 su Nuova Venezia e Altoadige)
È inimmaginabile il rumore che fanno tre milioni di persone in
silenzio. Tante più o meno erano, statene certi, quelli del Circo
Massimo. È qualcosa che ti entra dentro, quel rumore vuoto, che ti
contorce l'animo, fa sussultare il cuore. Sessanta secondi tutti così
e poi le lacrime, inevitabili. Troppo forte, troppo grande l'emozione. È successo quando l'attrice Ottavia Piccolo dal palco del Circo Massimo ha chiesto un minuto di silenzio alla memoria di Marco Biagi. Di colpo tutto quel mare di gente in festa è ammutolito. E se da tre milioni di persone riunite insieme è normale aspettarsi canti, cori, slogan, è altrettanto vero che un silenzio del genere non potevi mai immaginarlo. Tre milioni di respiri che si bloccano. Sei milioni di occhi che un po' si abbassano, un po' si guardano intorno per condividere quello che senti essere un momento irripetibile. Una risposta al terrorismo che vale un milione di messaggi alla nazione.
Irripetibile, dunque. Come tutta la manifestazione, del resto. Non
dev'essere un caso se alla fine c'era la coda di macchine fotografiche davanti a quel ragazzino che orgoglioso teneva stretto il suo cartello con su scritto: "Ho fatto festa a scuola... Avevo un
appuntamento con la storia". Era quello il sentimento diffuso dentro
a ciascun manifestante. Di essere stato dentro la storia.
Una consapevolezza già evidente nelle settimane scorse, ma che nessuno avrebbe mai pensato giungesse a dimensioni tali. E l'emozione montava fin dalla notte.
Il primo sms mi arriva alle 5.44, dagli amici di Alessandria "Siamo in piazza Maresciallo Giardino. Cerchiamo un caffè". Sono arrivati in furgoncino con gli striscioni e adesso aspettano gli altri pullman dal Piemonte per distribuirli. Alle 6.02 uno squillo. Il segnale che il treno da Venezia è arrivato a Roma Tiburtina. Alle 6.20 scendono a Ostiense quelli di Bologna. In quei momenti una fetta consistente di Italia si riversa nella capitale. Le frasi che raccogli in giro, all'inizio, sono piene di racconti di insonnia, un po' per la scomodità del viaggio, molto per via della tensione dell'attesa.
Per strada, mentre si srotolano bandiere e striscioni, l'atmosfera è sì quella di una gita, ma di una gita inedita. Rilassata e consapevole. Ci si raccoglie attorno ai cartelli che identificano le provenienze geografiche. C'è l'Italia per strada oggi. O l'altra metà, se volete. Quella che non è in vendita. Gli strilloni si sgolano per vendere Repubblica, l'Unità, Liberazione, il manifesto e fanno affari d'oro. Un furgone della CGIL Veneto offre a tutti pane fresco e mortadella, così, di prima mattina. Gli slogan sono innocui e ironici. Uno chiede al presidente del consiglio di guardare tutta questa gente in faccia, tutti questi "terroristi" pronti a sovvertire
il governo del "rinnovamento", delle "riforme". Nessuno dei tre milioni lo vuole, ovvio, il governo. Ma lo affronta con questa democratica marcia e tanta ironia. "Presidente alza i tacchi" recita uno striscione. Il massimo assieme a "Chi non salta Berlusconi è...".
Una lezione di stile verso coloro che ti accusano di infamie e indecenze solo perché non ti sei fatto comprare dalle loro lusinghe.
Lungo il percorso, orchestrine di ogni tipo. Dalla banda paesana a
uno strepitoso gruppo di africani che con le percussioni farebbero ballare anche Nanni Moretti, noto imbranato in quanto a danza. Il corteo dei no-global è il più colorato di tutti. I romani che non sono fuggiti all'invasione pacifica, quelli che non sono scesi a ingrossare il numero già enorme dei cortei, se ne stanno alla finestra a guardare. Come quel vecchio con la barba bianca che dal quinto piano del palazzo dove abita fa pendere dal davanzale una vecchia bandiera del Pci, quella con la falce e il martello e alza il pugno al cielo. Ecco. È questa rivendicazione a un'appartenenza ad alzare la testa con orgoglio, oggi. L'intimidazione di chi tenta di chiudere in un angolo i "comunisti" è ritornata indietro come un boomerang, oggi. Oggi, una massa di gente mai vista prima tutta insieme in questo paese ha dato una lezione di democrazia, di soliderietà, di lotta per dei valori irrinunciabili.
Dentro, il Circo Massimo è un colpo al cuore. "Sembra un mare di
papaveri", dice uno che sta vicino a una bandiera della CGIL di Bologna. Dagli altoparlanti e dai due megaschermi che stanno al centro, arrivano il suono e le immagini di "La vita Ë bella", di Roberto Benigni. I telefonini cominciano a fare cilecca a causa dell'alta concentrazione. Chi si era perso si è perso del tutto,
adesso. Il vento riempie gli occhi di sabbia, ma fa garrire le bandiere come in una perfetta scenografia da Cinecittà. A un certo punto parte l'inno italiano. Non lo canta né Bocelli né c'è nessuno con improbabili doppiopetti a tenere la mano sul cuore. Lo si canta tutti insieme e basta. Poi, dallo schermo, le immagini dall'alto e un boato invade ciascuno di quelli che lo stanno provocando. Moltiplicato, se possibile, all'annuncio che "Siamo in tre milioni!". Stupore, commozione, gioia. Tutto nel giro di pochi secondi. E poi quel minuto di silenzio che nessuno dimenticherà mai. Ma sarà mai possibile scordare qualcosa di questo 23 marzo 2002?
Tocca a Sergio Cofferati. La voce spezzata dall'emozione, prima, e poi
l'impeto del discorso di uno che domani, lasciato il sindacato,
potrebbe diventare il vero leader della sinistra italiana. Lo è già,
forse. Finisce in un tripudio di bandiere, di applausi, di lacrime.
Si sfolla ma non c'è poi molta voglia di separarsi. E così si prosegue a gruppi consistenti, fino in centro. Forse perché nessuno avrebbe mai pensato cosa volesse dire, cosa ti facesse provare, starsene lì, tutti insieme, in tre milioni. Insieme. A lottare pacifici per la democrazia e la libertà.
Guardavo il dibattito alla Camera sul caso Scajola. Avrei dovuto ascoltare e riflettere (o forse sarebbe stato meglio non guardare affatto e lasciare perdere, chissà...), ma l'indignazione sul linciaggio riservato dalla maggioranza a Sergio Cofferati mi ha fatto reagire come hanno reagito molti parlamentari dell'opposizione: urlando, insultando. Non ti viene fuori altro davanti a certe affermazioni. È peraltro ogni volta impressionante l'abilità di imbonitore del nostro Presidente del Consiglio. Nel difendere uno che ha dato dell'incapace e del rompicoglioni a Marco Biagi, lui ha rivoltato la frittata continuando nell'ignobile accusa nei confronti del segretario della Cgil. Scusate, ma io non ce la faccio più a riflettere, ad argomentare, a commentare. Il 23 marzo a Roma - è stato ribadito con allusioni anche l'altra sera - c'erano 3 milioni di finacheggiatori dei terroristi. Successe questo, il 23 marzo, a Roma... (articolo uscito il 24 marzo 2002 su Nuova Venezia e Altoadige)
È inimmaginabile il rumore che fanno tre milioni di persone in
silenzio. Tante più o meno erano, statene certi, quelli del Circo
Massimo. È qualcosa che ti entra dentro, quel rumore vuoto, che ti
contorce l'animo, fa sussultare il cuore. Sessanta secondi tutti così
e poi le lacrime, inevitabili. Troppo forte, troppo grande l'emozione. È successo quando l'attrice Ottavia Piccolo dal palco del Circo Massimo ha chiesto un minuto di silenzio alla memoria di Marco Biagi. Di colpo tutto quel mare di gente in festa è ammutolito. E se da tre milioni di persone riunite insieme è normale aspettarsi canti, cori, slogan, è altrettanto vero che un silenzio del genere non potevi mai immaginarlo. Tre milioni di respiri che si bloccano. Sei milioni di occhi che un po' si abbassano, un po' si guardano intorno per condividere quello che senti essere un momento irripetibile. Una risposta al terrorismo che vale un milione di messaggi alla nazione.
Irripetibile, dunque. Come tutta la manifestazione, del resto. Non
dev'essere un caso se alla fine c'era la coda di macchine fotografiche davanti a quel ragazzino che orgoglioso teneva stretto il suo cartello con su scritto: "Ho fatto festa a scuola... Avevo un
appuntamento con la storia". Era quello il sentimento diffuso dentro
a ciascun manifestante. Di essere stato dentro la storia.
Una consapevolezza già evidente nelle settimane scorse, ma che nessuno avrebbe mai pensato giungesse a dimensioni tali. E l'emozione montava fin dalla notte.
Il primo sms mi arriva alle 5.44, dagli amici di Alessandria "Siamo in piazza Maresciallo Giardino. Cerchiamo un caffè". Sono arrivati in furgoncino con gli striscioni e adesso aspettano gli altri pullman dal Piemonte per distribuirli. Alle 6.02 uno squillo. Il segnale che il treno da Venezia è arrivato a Roma Tiburtina. Alle 6.20 scendono a Ostiense quelli di Bologna. In quei momenti una fetta consistente di Italia si riversa nella capitale. Le frasi che raccogli in giro, all'inizio, sono piene di racconti di insonnia, un po' per la scomodità del viaggio, molto per via della tensione dell'attesa.
Per strada, mentre si srotolano bandiere e striscioni, l'atmosfera è sì quella di una gita, ma di una gita inedita. Rilassata e consapevole. Ci si raccoglie attorno ai cartelli che identificano le provenienze geografiche. C'è l'Italia per strada oggi. O l'altra metà, se volete. Quella che non è in vendita. Gli strilloni si sgolano per vendere Repubblica, l'Unità, Liberazione, il manifesto e fanno affari d'oro. Un furgone della CGIL Veneto offre a tutti pane fresco e mortadella, così, di prima mattina. Gli slogan sono innocui e ironici. Uno chiede al presidente del consiglio di guardare tutta questa gente in faccia, tutti questi "terroristi" pronti a sovvertire
il governo del "rinnovamento", delle "riforme". Nessuno dei tre milioni lo vuole, ovvio, il governo. Ma lo affronta con questa democratica marcia e tanta ironia. "Presidente alza i tacchi" recita uno striscione. Il massimo assieme a "Chi non salta Berlusconi è...".
Una lezione di stile verso coloro che ti accusano di infamie e indecenze solo perché non ti sei fatto comprare dalle loro lusinghe.
Lungo il percorso, orchestrine di ogni tipo. Dalla banda paesana a
uno strepitoso gruppo di africani che con le percussioni farebbero ballare anche Nanni Moretti, noto imbranato in quanto a danza. Il corteo dei no-global è il più colorato di tutti. I romani che non sono fuggiti all'invasione pacifica, quelli che non sono scesi a ingrossare il numero già enorme dei cortei, se ne stanno alla finestra a guardare. Come quel vecchio con la barba bianca che dal quinto piano del palazzo dove abita fa pendere dal davanzale una vecchia bandiera del Pci, quella con la falce e il martello e alza il pugno al cielo. Ecco. È questa rivendicazione a un'appartenenza ad alzare la testa con orgoglio, oggi. L'intimidazione di chi tenta di chiudere in un angolo i "comunisti" è ritornata indietro come un boomerang, oggi. Oggi, una massa di gente mai vista prima tutta insieme in questo paese ha dato una lezione di democrazia, di soliderietà, di lotta per dei valori irrinunciabili.
Dentro, il Circo Massimo è un colpo al cuore. "Sembra un mare di
papaveri", dice uno che sta vicino a una bandiera della CGIL di Bologna. Dagli altoparlanti e dai due megaschermi che stanno al centro, arrivano il suono e le immagini di "La vita Ë bella", di Roberto Benigni. I telefonini cominciano a fare cilecca a causa dell'alta concentrazione. Chi si era perso si è perso del tutto,
adesso. Il vento riempie gli occhi di sabbia, ma fa garrire le bandiere come in una perfetta scenografia da Cinecittà. A un certo punto parte l'inno italiano. Non lo canta né Bocelli né c'è nessuno con improbabili doppiopetti a tenere la mano sul cuore. Lo si canta tutti insieme e basta. Poi, dallo schermo, le immagini dall'alto e un boato invade ciascuno di quelli che lo stanno provocando. Moltiplicato, se possibile, all'annuncio che "Siamo in tre milioni!". Stupore, commozione, gioia. Tutto nel giro di pochi secondi. E poi quel minuto di silenzio che nessuno dimenticherà mai. Ma sarà mai possibile scordare qualcosa di questo 23 marzo 2002?
Tocca a Sergio Cofferati. La voce spezzata dall'emozione, prima, e poi
l'impeto del discorso di uno che domani, lasciato il sindacato,
potrebbe diventare il vero leader della sinistra italiana. Lo è già,
forse. Finisce in un tripudio di bandiere, di applausi, di lacrime.
Si sfolla ma non c'è poi molta voglia di separarsi. E così si prosegue a gruppi consistenti, fino in centro. Forse perché nessuno avrebbe mai pensato cosa volesse dire, cosa ti facesse provare, starsene lì, tutti insieme, in tre milioni. Insieme. A lottare pacifici per la democrazia e la libertà.
3.7.02
Quel che resta dei mondiali... (uscito sulla Nuova Venezia del Nuova Venezia del 3 luglio 2002)
C'erano i mondiali. Ci preoccupavamo di Totti. Maledivamo l'arbitro Moreno e perdevamo notti intere a manipolarne la foto (corna e tutto il resto) per metterla in rete. Nel senso di internet, non dei gol che non abbiamo fatto. Ahn era il nostro incubo e ci siamo tutti reinnamorati di Ronaldo. Nonostante il suo pube ritagliato in testa. Vedevamo in Blatter il responsabile di tutti i mali del mondo e avremmo voluto Diouf nella nostra squadra del cuore, magari insieme a Ronaldinho Gaucho. C'erano i mondiali e intanto, in giro succedevano cose per le quali avremmo dovuto fare mille sondaggi stile Biscardi. Perché mentre tutti ci chiedevamo se Trapattoni fosse da cacciare via o meno, qualcun altro faceva fuori Biagi e Santoro. E nessuno si è preoccupato di chiedere l'opinione della gente, quanta percentuale sarebbe stata pro e quanta contro. Hanno parlato contro il commissario tecnico di questo paese, loro, e sono finiti fuori rosa, nemmeno convocati per il campionato televisivo d'autunno. Li hanno fatti fuori e non si è indignato nessuno. Largo a volti nuovi, è stata la giustificazione, come se si trattasse di sostituire capitan Maldini col giovane bresciano Bonera. Nessun girotondo, per Biagi e Santoro, per salvare la televisione. C'era da attorniare la tivù, piuttosto. Intesa come elettrodomestico.
C'erano i mondiali e un paese che non può avere la propria nazionale di calcio perché nazione non ha, era assediato, e lo è tuttora, dai carri armati. Ci chiedevamo se Del Piero avrebbe giocato o no e i territori occupati continuavano a essere sempre più occupati.
Non ci staccavamo dai mondiali, odiavamo Hiddink per come la sua Corea era stata portata alle semifinali e intanto il tentativo di scippo dell'articolo 18 continuava e Cofferati restava sempre più solo. Un Hiddink senza aiuti, ma pronto ad arrivare ben oltre le semifinali.
Pareggiavamo col Messico, sbarcavamo in Corea e intanto i clandestini hanno continuato a sbarcare sulle nostre coste. Alla faccia della legge Bossi-Fini. La legge di un paese che - ipocrita - appena fatta fuori l'Italia si è schierato col Senegal, forse per via dei nostri soliti sensi di colpa.
Tifavamo per Collina, il miglior arbitro del mondo (chiedete però ai veneziani se la pensano anche loro così) e intanto Bin Laden - per l'annientamento del quale era stata scatenata la più stolta delle guerre - si è rifatto vivo, ma non ricordo se con un video o altro, ero troppo impegnato ad ammirare Beckham.
C'erano i mondiali e India e Pakistan invece di battersi per il golden gol hanno quasi incominciato una guerra, e le due Coree pure.
Guardavamo Trapattoni versare l'acqua santa e un vertice contro la fame (e la sete) nel mondo, al solito, non concludeva nulla, salvo poi sentire uno che fa anche il presidente del consiglio dire che ora basta parlare perché aveva fame.
Urlavamo metti Inzaghi, metti Montella e l'inchiesta di Genova sull'omicidio di Carlo Giuliani ha raggiunto vette inaudite. Pallottole sparate in aria, deviate prima dal bordo del Defender, anzi no, che rimbalzano sull'estintore sollevato da Carlo Giuliani, anzi no, meglio, che incontrano lungo la traiettoria degli oggetti non identificati (degli Ufo?) e finiscono incidentalmente dentro al volto di Carlo Giuliani. Fantascienza, già. E verrebbe voglia - tanta è la rabbia - di dire no, guardate, lasciate perdere. Indagate pure sull'arbitro Moreno (è stata aperta un'inchiesta, no?), tanto Carlo Giuliani, evidentemente, si è suicidato.
Il gurdalinee danese tirava su e giù la sua bandierina, ci faceva incazzare che le palle ancora ci girano, ma comunque, a Genova, l'ichiesta sulla Diaz, almeno quella, incominciava a far vera luce su quella notte che di mondiale ha avuto solo la vergogna.
C'erano i mondiali e il mondo andava avanti, madri uccidevano figli e figli uccidevano madri, come al solito. E ora che i mondiali sono finiti, vale la pena di tornare a tenerlo d'occhio, questo nostro sgangherato mondo. Perché non si rinnova ogni quattro anni ed è l'unico che abbiamo. E gli arbitri, nonostante tutto, siamo noi.
C'erano i mondiali. Ci preoccupavamo di Totti. Maledivamo l'arbitro Moreno e perdevamo notti intere a manipolarne la foto (corna e tutto il resto) per metterla in rete. Nel senso di internet, non dei gol che non abbiamo fatto. Ahn era il nostro incubo e ci siamo tutti reinnamorati di Ronaldo. Nonostante il suo pube ritagliato in testa. Vedevamo in Blatter il responsabile di tutti i mali del mondo e avremmo voluto Diouf nella nostra squadra del cuore, magari insieme a Ronaldinho Gaucho. C'erano i mondiali e intanto, in giro succedevano cose per le quali avremmo dovuto fare mille sondaggi stile Biscardi. Perché mentre tutti ci chiedevamo se Trapattoni fosse da cacciare via o meno, qualcun altro faceva fuori Biagi e Santoro. E nessuno si è preoccupato di chiedere l'opinione della gente, quanta percentuale sarebbe stata pro e quanta contro. Hanno parlato contro il commissario tecnico di questo paese, loro, e sono finiti fuori rosa, nemmeno convocati per il campionato televisivo d'autunno. Li hanno fatti fuori e non si è indignato nessuno. Largo a volti nuovi, è stata la giustificazione, come se si trattasse di sostituire capitan Maldini col giovane bresciano Bonera. Nessun girotondo, per Biagi e Santoro, per salvare la televisione. C'era da attorniare la tivù, piuttosto. Intesa come elettrodomestico.
C'erano i mondiali e un paese che non può avere la propria nazionale di calcio perché nazione non ha, era assediato, e lo è tuttora, dai carri armati. Ci chiedevamo se Del Piero avrebbe giocato o no e i territori occupati continuavano a essere sempre più occupati.
Non ci staccavamo dai mondiali, odiavamo Hiddink per come la sua Corea era stata portata alle semifinali e intanto il tentativo di scippo dell'articolo 18 continuava e Cofferati restava sempre più solo. Un Hiddink senza aiuti, ma pronto ad arrivare ben oltre le semifinali.
Pareggiavamo col Messico, sbarcavamo in Corea e intanto i clandestini hanno continuato a sbarcare sulle nostre coste. Alla faccia della legge Bossi-Fini. La legge di un paese che - ipocrita - appena fatta fuori l'Italia si è schierato col Senegal, forse per via dei nostri soliti sensi di colpa.
Tifavamo per Collina, il miglior arbitro del mondo (chiedete però ai veneziani se la pensano anche loro così) e intanto Bin Laden - per l'annientamento del quale era stata scatenata la più stolta delle guerre - si è rifatto vivo, ma non ricordo se con un video o altro, ero troppo impegnato ad ammirare Beckham.
C'erano i mondiali e India e Pakistan invece di battersi per il golden gol hanno quasi incominciato una guerra, e le due Coree pure.
Guardavamo Trapattoni versare l'acqua santa e un vertice contro la fame (e la sete) nel mondo, al solito, non concludeva nulla, salvo poi sentire uno che fa anche il presidente del consiglio dire che ora basta parlare perché aveva fame.
Urlavamo metti Inzaghi, metti Montella e l'inchiesta di Genova sull'omicidio di Carlo Giuliani ha raggiunto vette inaudite. Pallottole sparate in aria, deviate prima dal bordo del Defender, anzi no, che rimbalzano sull'estintore sollevato da Carlo Giuliani, anzi no, meglio, che incontrano lungo la traiettoria degli oggetti non identificati (degli Ufo?) e finiscono incidentalmente dentro al volto di Carlo Giuliani. Fantascienza, già. E verrebbe voglia - tanta è la rabbia - di dire no, guardate, lasciate perdere. Indagate pure sull'arbitro Moreno (è stata aperta un'inchiesta, no?), tanto Carlo Giuliani, evidentemente, si è suicidato.
Il gurdalinee danese tirava su e giù la sua bandierina, ci faceva incazzare che le palle ancora ci girano, ma comunque, a Genova, l'ichiesta sulla Diaz, almeno quella, incominciava a far vera luce su quella notte che di mondiale ha avuto solo la vergogna.
C'erano i mondiali e il mondo andava avanti, madri uccidevano figli e figli uccidevano madri, come al solito. E ora che i mondiali sono finiti, vale la pena di tornare a tenerlo d'occhio, questo nostro sgangherato mondo. Perché non si rinnova ogni quattro anni ed è l'unico che abbiamo. E gli arbitri, nonostante tutto, siamo noi.
2.7.02
La terza parte del diario dal Giappone del mio amico scrittore Jean-Philippe Toussaint (http://www.jean-philippe-toussaint.de). Forse dovrei tradurlo, ma non ne ho il tempo... scusate... il diario è pubblicato da Libération.
samedi 29 juin 2002
Jours de juin au Japon
Que serait le foot s'il n'y avait pas le Brésil?
Par Jean-Philippe TOUSSAINT
Maintenant que la saison des pluies a vraiment commencé (jusqu'ici, elle avait ceci de particulier qu'il ne pleuvait pas, et les Japonais, sans se démonter, disent alors que c'est une saison des pluies sèche), on n'a rien de mieux à faire, dans un Tokyo brumeux où un crachin fin comme de l'eau brumisée tombe sans discontinuer, que d'aller s'abriter dans des stades de football couverts dès la nuit tombée. Plus j'y pense, plus je me rends compte que la véritable raison de ce coûteux voyage en Asie, c'est non pas simplement
d'aller m'abriter de la pluie à grands frais, mais de voir les matchs en soirée ú l'après-midi, je n'aime pas trop, non.
Au hasard des discussions et des rencontres, j'ai fait la connaissance d'un Français qui travaille pour une chaîne de télévision japonaise, et, moyennant une arrivée au stade plusieurs heures à l'avance et des manoeuvres d'agent secret, rapide coup de téléphone d'une cabine publique vers un portable à l'entrée du stade pour annoncer mon arrivée, échange de badges et passages de contrôle d'un air affairé,
j'ai pu suivre la demi-finale du Brésil dans la tribune de presse. Au début, j'ai même squatté une petite cabine de commentateur avec écran de contrôle personnalisé à chaque siège (pour un peu, je passais le casque autour de mes oreilles, et je me mettais à commenter le match dans le vide pour une télévision inconnue, afin d'avoir l'air encore plus vraisemblable), avant de me faire gentiment déloger par quelque dame affable de l'organisation qui m'a demandé de me placer un rang plus haut, sur les sièges, si joliment nommés, d'observateur.
Après plus d'une heure d'observation dans le stade de Saitama désert qui se remplissait goutte à goutte, les joueurs turcs sont venus faire une petite reconnaissance sur le terrain, ils n'étaient pas encore vraiment en tenue, des tongs aux pieds, un Caméscope à la main, se photographiant les uns les autres sur la pelouse de cette demi-finale de Coupe du monde qu'ils allaient disputer contre le Brésil, aussi ravis que moi d'être là, et allant bavarder avec leurs supporters entassés dans le virage Nord où venait d'éclore un marais de drapeaux rouge et blanc. Puis les Brésiliens, nonchalants, sont apparus sur le terrain, par petites grappes de trois ou quatre, vêtus de leur drôle de chasuble d'entraînement bleue par-dessus leur maillot, les trois gardiens de but portant une tenue identique aux allures de pyjama en pilou grisâtre, et ils ont commencé à s'échauffer mollement, se passant la balle avec désinvolture sous la vive lumière des projecteurs du stade de Saitama illuminé dans la nuit.
C'est avec une délectation placide et une émotion contenue que, parmi les joueurs qui s'étiraient là sur la pelouse, j'ai fini par reconnaître dans le viseur de mes jumelles les visages familiers de Ronaldo et de Rivaldo, ce qui m'a donné le sentiment, comme chaque fois que je vais voir évoluer le Brésil dans un stade, d'avoir sous les yeux une équipe brésilienne intemporelle, où se côtoieraient Jaïrzinho et Roberto Carlos, Tostao et Ronaldhino, sous l'ombre emblématique et tutélaire d'Edson Arantes Do Nascimento (Pelé).
Si, lors de ce Mondial, j'ai soutenu fidèlement la Belgique, et brièvement la France, si j'ai soutenu le Japon bien plus que la Corée (sentant monter en moi des bouffées de fièvre bleue, mais me gardant bien d'y ajouter les symptômes de la rougeole), c'est toujours le Brésil que je porte dans mon coeur quand il s'agit de football ú que serait le football s'il n'y avait pas le Brésil ? ú, avec son jeu d'artiste, sa technique et sa grâce, sa légèreté et sa vitesse, avec ses couleurs jaunes et vertes immémoriales et ses supporters bariolés, ses reines de carnaval en bikini et diadème d'or dans les cheveux, le ventre nu et la peau palpitante et bronzée dans le soir estival, que j'ai approchées à moins d'un mètre dans la moiteur du stade de Kobe. Le match n'était pas encore terminé que, déjà, du haut des gradins, le défilé s'était mis en branle, tambour en tête, qui commençait à descendre les tribunes en emportant tout sur son passage, supporters et service d'ordre japonais dépassé, pour aller danser une interminable samba au bord du terrain, où les onze maillots jaune et vert de légende continuaient de glisser à l'infini comme des vagues sur la pelouse et dans les imaginations émerveillées des enfants du monde entier.
samedi 29 juin 2002
Jours de juin au Japon
Que serait le foot s'il n'y avait pas le Brésil?
Par Jean-Philippe TOUSSAINT
Maintenant que la saison des pluies a vraiment commencé (jusqu'ici, elle avait ceci de particulier qu'il ne pleuvait pas, et les Japonais, sans se démonter, disent alors que c'est une saison des pluies sèche), on n'a rien de mieux à faire, dans un Tokyo brumeux où un crachin fin comme de l'eau brumisée tombe sans discontinuer, que d'aller s'abriter dans des stades de football couverts dès la nuit tombée. Plus j'y pense, plus je me rends compte que la véritable raison de ce coûteux voyage en Asie, c'est non pas simplement
d'aller m'abriter de la pluie à grands frais, mais de voir les matchs en soirée ú l'après-midi, je n'aime pas trop, non.
Au hasard des discussions et des rencontres, j'ai fait la connaissance d'un Français qui travaille pour une chaîne de télévision japonaise, et, moyennant une arrivée au stade plusieurs heures à l'avance et des manoeuvres d'agent secret, rapide coup de téléphone d'une cabine publique vers un portable à l'entrée du stade pour annoncer mon arrivée, échange de badges et passages de contrôle d'un air affairé,
j'ai pu suivre la demi-finale du Brésil dans la tribune de presse. Au début, j'ai même squatté une petite cabine de commentateur avec écran de contrôle personnalisé à chaque siège (pour un peu, je passais le casque autour de mes oreilles, et je me mettais à commenter le match dans le vide pour une télévision inconnue, afin d'avoir l'air encore plus vraisemblable), avant de me faire gentiment déloger par quelque dame affable de l'organisation qui m'a demandé de me placer un rang plus haut, sur les sièges, si joliment nommés, d'observateur.
Après plus d'une heure d'observation dans le stade de Saitama désert qui se remplissait goutte à goutte, les joueurs turcs sont venus faire une petite reconnaissance sur le terrain, ils n'étaient pas encore vraiment en tenue, des tongs aux pieds, un Caméscope à la main, se photographiant les uns les autres sur la pelouse de cette demi-finale de Coupe du monde qu'ils allaient disputer contre le Brésil, aussi ravis que moi d'être là, et allant bavarder avec leurs supporters entassés dans le virage Nord où venait d'éclore un marais de drapeaux rouge et blanc. Puis les Brésiliens, nonchalants, sont apparus sur le terrain, par petites grappes de trois ou quatre, vêtus de leur drôle de chasuble d'entraînement bleue par-dessus leur maillot, les trois gardiens de but portant une tenue identique aux allures de pyjama en pilou grisâtre, et ils ont commencé à s'échauffer mollement, se passant la balle avec désinvolture sous la vive lumière des projecteurs du stade de Saitama illuminé dans la nuit.
C'est avec une délectation placide et une émotion contenue que, parmi les joueurs qui s'étiraient là sur la pelouse, j'ai fini par reconnaître dans le viseur de mes jumelles les visages familiers de Ronaldo et de Rivaldo, ce qui m'a donné le sentiment, comme chaque fois que je vais voir évoluer le Brésil dans un stade, d'avoir sous les yeux une équipe brésilienne intemporelle, où se côtoieraient Jaïrzinho et Roberto Carlos, Tostao et Ronaldhino, sous l'ombre emblématique et tutélaire d'Edson Arantes Do Nascimento (Pelé).
Si, lors de ce Mondial, j'ai soutenu fidèlement la Belgique, et brièvement la France, si j'ai soutenu le Japon bien plus que la Corée (sentant monter en moi des bouffées de fièvre bleue, mais me gardant bien d'y ajouter les symptômes de la rougeole), c'est toujours le Brésil que je porte dans mon coeur quand il s'agit de football ú que serait le football s'il n'y avait pas le Brésil ? ú, avec son jeu d'artiste, sa technique et sa grâce, sa légèreté et sa vitesse, avec ses couleurs jaunes et vertes immémoriales et ses supporters bariolés, ses reines de carnaval en bikini et diadème d'or dans les cheveux, le ventre nu et la peau palpitante et bronzée dans le soir estival, que j'ai approchées à moins d'un mètre dans la moiteur du stade de Kobe. Le match n'était pas encore terminé que, déjà, du haut des gradins, le défilé s'était mis en branle, tambour en tête, qui commençait à descendre les tribunes en emportant tout sur son passage, supporters et service d'ordre japonais dépassé, pour aller danser une interminable samba au bord du terrain, où les onze maillots jaune et vert de légende continuaient de glisser à l'infini comme des vagues sur la pelouse et dans les imaginations émerveillées des enfants du monde entier.
1.7.02
Due scrittori e una finale (uscirà sull'Unità dell'1 luglio 2002)
Quando al 22' del secondo tempo lo vedi saltare dal divano e improvvisare una danza che soltanto uno nato in Brasile può inventare, non diresti mai che Diogo Mainardi è l'autore di un romanzo intitolato "Contro il Brasile". Non solo: nemmeno diresti sia quello che sul settimanale Veja, dove ha una rubrica fissa che porta il suo stesso nome, si augurava che il Brasile questi mondiali li perdesse. Prima del fischio d'inizio ne spiega i motivi: "Non sopporto tutti questi giocatori belli, puliti, tutti devoti a Gesù, sempre pronti a farsi il segno della croce, a inginocchiarsi a pregare. E poi detesto Scolari. Un anno fa, quando Eriksson ancora allenava la Lazio, auspicavo un gesto di coraggio da parte della federazione brasiliana. Sognavo un ct che fosse il contrario della macchietta brasiliana". A Scolari, poi, non perdona di non aver convocato Romario, uno di quei giocatori che lui definisce delinquentelli. "Nel calcio brasiliano ci sono due categorie di giocatori, quelli come Romario e quelli come Marcos che si inginocchiano a pregare prima e dopo la partita. Che ipocriti!". E alla fine gradirà molto il gesto di capitan Cafù che invece di scriversi sulla maglietta "100% Jesus", aveva "100% Jardim Irene", il nome della favela di San Paolo in cui è nato.
Agli inni gli chiedo: "Per chi fai il tifo allora?". Mainardi fa una smorfia, si volta, mi guarda e dice: "Purtroppo anch'io, alla fine, ho un cuore da telenovela. Che vuoi farci. Tifo per la Seleçao". E mentre lo dice si preoccupa del nervosismo evidente di Ronaldo schierato a centrocampo "Speriamo non succeda come a Parigi", dice. Ero arrivato a casa sua mentre parlava al telefono con il fratello Vinicius che fa il regista (da ricordare il loro primo film, con Diogo sceneggiatore, il bellissimo "16060"). Gli racconta che a San Paolo nessuno è andato a dormire. Hanno bevuto e strombazzato tutta la notte. Si sono presi in anticipo, a scanso di equivoci. Collina fischia l'inizio e Mainardi incomincia a mangiarsi le unghie. Guarda lo schermo con quella tensione, con quell'ansia che un italiano come me non può che invidiare. La Germania gioca bene. Sorprende un po' tutti ma non noi, che ieri avevvamo definito gli undici di Voeller calciatori che giocano tutti da sei e mezzo. Sempre. Squadra solida. Dura. Il primo tempo scorre via intenso, con gli acuti di Ronaldo al 18' (primo salto sul divano) e al 29' ("Ma perché quando arriva davanti a Kahn gli tremano le gambe?") e la traversa di Kleberson al 44'.
Appena Collina fischia l'intervallo, chiama il suo amico Rogerio. Commentano. Parlano nella loro lingua così melodiosa e capisco solo che quello di Kleberson sarebbe stato un "golaso". Questo Rogerio è proprio un bel tipo: proprietario di alcuni ristoranti italiani a San Paolo, da tempo doveva operarsi ai tendini di entrambe le ginocchia. I medici lo avevano sconsigliato di fare tutto subito, ma lui ha insistito: voleva avere un mese intero di convalescenza a disposizione. Quello dei mondiali, appunto. Che ha dunque seguito a letto, telecomando in mano. E gli è andata di lusso. Parliamo anche dell'Italia. "È buffo - dice - che Zoff sia stato praticamente esonerato da Berlusconi per non aver messo dentro Gattuso e che Trapattoni abbia compromesso la vittoria con la Corea proprio per aver fatto entrare Gattuso. Finché il problema dell'Italia sarà Gattuso, uno che non giocherebbe nemmeno nell'Arabia Saudita, non vincerete mai niente".
Si ricomincia. Al gol di Ronaldo Mainardi si rilassa. Il palo di Neuville, poco prima, lo aveva messo in allarme. La sua reazione è quella che si sta scatenando in tutto il Brasile. Salta, balla e poi si tocca la schiena. Nemmeno lui, quarantenne, ha più l'età. Poi, al replay, da buon tifoso, sbeffeggia Kahn: "È questo il miglior portiere del mondo?". Già. Al raddoppio di Ronaldo, la scena si ripete, nonostante la schiena. "Che bravo, sto ragazzino. Questa è soap opera pura. È uscito dal tunnel e adesso vince il mondiale, la classifica cannonieri e, stanne certo, il pallone d'oro".
Al fischio finale, puntuale, suona il telefono. Suo padre, al quale del calcio non è mai importato niente, ha seguito tutto il mondiale. Da piccolo per Diogo era un incubo perché davanti a una partita, immancabilmente si addormentava e russava. Gli racconta cosa sta succedendo a San Paolo. Diogo sente i botti dal telefono. Dice di essere contento di non essere lì. Ma forse, il suo cuore da telenovela sta pensando il contrario.
Quando al 22' del secondo tempo lo vedi saltare dal divano e improvvisare una danza che soltanto uno nato in Brasile può inventare, non diresti mai che Diogo Mainardi è l'autore di un romanzo intitolato "Contro il Brasile". Non solo: nemmeno diresti sia quello che sul settimanale Veja, dove ha una rubrica fissa che porta il suo stesso nome, si augurava che il Brasile questi mondiali li perdesse. Prima del fischio d'inizio ne spiega i motivi: "Non sopporto tutti questi giocatori belli, puliti, tutti devoti a Gesù, sempre pronti a farsi il segno della croce, a inginocchiarsi a pregare. E poi detesto Scolari. Un anno fa, quando Eriksson ancora allenava la Lazio, auspicavo un gesto di coraggio da parte della federazione brasiliana. Sognavo un ct che fosse il contrario della macchietta brasiliana". A Scolari, poi, non perdona di non aver convocato Romario, uno di quei giocatori che lui definisce delinquentelli. "Nel calcio brasiliano ci sono due categorie di giocatori, quelli come Romario e quelli come Marcos che si inginocchiano a pregare prima e dopo la partita. Che ipocriti!". E alla fine gradirà molto il gesto di capitan Cafù che invece di scriversi sulla maglietta "100% Jesus", aveva "100% Jardim Irene", il nome della favela di San Paolo in cui è nato.
Agli inni gli chiedo: "Per chi fai il tifo allora?". Mainardi fa una smorfia, si volta, mi guarda e dice: "Purtroppo anch'io, alla fine, ho un cuore da telenovela. Che vuoi farci. Tifo per la Seleçao". E mentre lo dice si preoccupa del nervosismo evidente di Ronaldo schierato a centrocampo "Speriamo non succeda come a Parigi", dice. Ero arrivato a casa sua mentre parlava al telefono con il fratello Vinicius che fa il regista (da ricordare il loro primo film, con Diogo sceneggiatore, il bellissimo "16060"). Gli racconta che a San Paolo nessuno è andato a dormire. Hanno bevuto e strombazzato tutta la notte. Si sono presi in anticipo, a scanso di equivoci. Collina fischia l'inizio e Mainardi incomincia a mangiarsi le unghie. Guarda lo schermo con quella tensione, con quell'ansia che un italiano come me non può che invidiare. La Germania gioca bene. Sorprende un po' tutti ma non noi, che ieri avevvamo definito gli undici di Voeller calciatori che giocano tutti da sei e mezzo. Sempre. Squadra solida. Dura. Il primo tempo scorre via intenso, con gli acuti di Ronaldo al 18' (primo salto sul divano) e al 29' ("Ma perché quando arriva davanti a Kahn gli tremano le gambe?") e la traversa di Kleberson al 44'.
Appena Collina fischia l'intervallo, chiama il suo amico Rogerio. Commentano. Parlano nella loro lingua così melodiosa e capisco solo che quello di Kleberson sarebbe stato un "golaso". Questo Rogerio è proprio un bel tipo: proprietario di alcuni ristoranti italiani a San Paolo, da tempo doveva operarsi ai tendini di entrambe le ginocchia. I medici lo avevano sconsigliato di fare tutto subito, ma lui ha insistito: voleva avere un mese intero di convalescenza a disposizione. Quello dei mondiali, appunto. Che ha dunque seguito a letto, telecomando in mano. E gli è andata di lusso. Parliamo anche dell'Italia. "È buffo - dice - che Zoff sia stato praticamente esonerato da Berlusconi per non aver messo dentro Gattuso e che Trapattoni abbia compromesso la vittoria con la Corea proprio per aver fatto entrare Gattuso. Finché il problema dell'Italia sarà Gattuso, uno che non giocherebbe nemmeno nell'Arabia Saudita, non vincerete mai niente".
Si ricomincia. Al gol di Ronaldo Mainardi si rilassa. Il palo di Neuville, poco prima, lo aveva messo in allarme. La sua reazione è quella che si sta scatenando in tutto il Brasile. Salta, balla e poi si tocca la schiena. Nemmeno lui, quarantenne, ha più l'età. Poi, al replay, da buon tifoso, sbeffeggia Kahn: "È questo il miglior portiere del mondo?". Già. Al raddoppio di Ronaldo, la scena si ripete, nonostante la schiena. "Che bravo, sto ragazzino. Questa è soap opera pura. È uscito dal tunnel e adesso vince il mondiale, la classifica cannonieri e, stanne certo, il pallone d'oro".
Al fischio finale, puntuale, suona il telefono. Suo padre, al quale del calcio non è mai importato niente, ha seguito tutto il mondiale. Da piccolo per Diogo era un incubo perché davanti a una partita, immancabilmente si addormentava e russava. Gli racconta cosa sta succedendo a San Paolo. Diogo sente i botti dal telefono. Dice di essere contento di non essere lì. Ma forse, il suo cuore da telenovela sta pensando il contrario.
30.6.02
All'italiana
(uscito sul Corriere delle Alpi del 28 giugno 2002)
Estate 2002, gita al mare per il ragionier Brambilla che poi è già in ritardo e partire verso mezzogiorno non è proprio il momento più indicato, viste le temperature. Al casello dell'autostrada, arriva sempre col braccio troppo lontano dallo sputa-tagliandi, così mentre scende, nota anche il cartello con su scritto che è obbligo accendere i fari di giorno, adesso, in autostrada. Pena, una multa. Ma il ragionier Brambilla non lo freghi mica. Lui i giornali li legge e sa che per un disguido, per un punto e virgola o roba del genere, i fari accesi sono obbligatori, sì, ma la multa non te la possono dare. Per via di quel punto e virgola, appunto. E allora lui un po' li accende, un po' li spegne e se la ride per questa solita figuraccia tipicamente italiana. Del resto, vogliamo parlare dell'obbligo della cintura? Conoscete qualcuno che abbia mai preso una multa per non averla allacciata?
Chissà a chi è venuta l'idea dei fari accesi durante il giorno. Un brillante - è proprio il caso di dirlo - signore del ministero dei trasporti deve essersi detto che visto che in molti paesi del nord Europa lo fanno, sarebbe stato giusto farlo pure noi. Bisogna unifromarsi, no? Tipico atteggiamento italiano, quello che porta molti studenti a sbagliare il compito perché se il compagno ha scritto il contrario è ovvio che deve avere ragione lui. Già. Prendete gli scandinavi: sono più civili, più educati, più precisi e puntuali di noi. Lo dicono tutti. E tengono i fari accesi anche di giorno. E allora per diventare civili, educati, precisi e puntuali come loro basta tenere i fari accesi anche noi, no? Semplice. Poi, che da loro sia sempre buio per tre quarti dell'anno e che noi si sia sempre di più un paese tropicale, questo, al brillante signore del ministero dei trasporti non è certo venuto in mente. Questa dei fari è un po' come le torrette "baywatch" al mare. Se andate per esempio a Jesolo ne trovate una ogni pochi metri. Brutte e ingombranti, ma tanto chic. Se ce le hanno in California, perché non dobbiamo averle anche noi? Poi, che in California il mare dell'Oceano abbia onde alte metri e metri e che il nostro Adriatico sia praticamente piatto, questo poco importa. Restano i bagnini palestrati, quelli sì, li trovi anche dalle nostre parti. Così, statene certi, il ragionier Brambilla, appena spenti i fari e arrivato in spiaggia, si beccherà l'ombrellone dietro alla capanna con le palafitte e dovrà godersi lo spettacolo di bicipiti luccicanti e neanche l'ombra di una Pamela Anderson. L'ombrellone, ovvio, costa una buona dose di euro. Anzi, come tutto il resto, è stato arrotondato alla virgola (senza il punto, stavolta) superiore. Però, volete mettere. Ci diranno che siamo bravi come gli scandinavi. Previdenti come i californiani. E gli esempi potrebbero continuare. Per fortuna, poi, basta uno un po' distratto, che dimentica un punto e virgola, e ci confermiamo per quello che siamo: inesorabilmente italiani.
(uscito sul Corriere delle Alpi del 28 giugno 2002)
Estate 2002, gita al mare per il ragionier Brambilla che poi è già in ritardo e partire verso mezzogiorno non è proprio il momento più indicato, viste le temperature. Al casello dell'autostrada, arriva sempre col braccio troppo lontano dallo sputa-tagliandi, così mentre scende, nota anche il cartello con su scritto che è obbligo accendere i fari di giorno, adesso, in autostrada. Pena, una multa. Ma il ragionier Brambilla non lo freghi mica. Lui i giornali li legge e sa che per un disguido, per un punto e virgola o roba del genere, i fari accesi sono obbligatori, sì, ma la multa non te la possono dare. Per via di quel punto e virgola, appunto. E allora lui un po' li accende, un po' li spegne e se la ride per questa solita figuraccia tipicamente italiana. Del resto, vogliamo parlare dell'obbligo della cintura? Conoscete qualcuno che abbia mai preso una multa per non averla allacciata?
Chissà a chi è venuta l'idea dei fari accesi durante il giorno. Un brillante - è proprio il caso di dirlo - signore del ministero dei trasporti deve essersi detto che visto che in molti paesi del nord Europa lo fanno, sarebbe stato giusto farlo pure noi. Bisogna unifromarsi, no? Tipico atteggiamento italiano, quello che porta molti studenti a sbagliare il compito perché se il compagno ha scritto il contrario è ovvio che deve avere ragione lui. Già. Prendete gli scandinavi: sono più civili, più educati, più precisi e puntuali di noi. Lo dicono tutti. E tengono i fari accesi anche di giorno. E allora per diventare civili, educati, precisi e puntuali come loro basta tenere i fari accesi anche noi, no? Semplice. Poi, che da loro sia sempre buio per tre quarti dell'anno e che noi si sia sempre di più un paese tropicale, questo, al brillante signore del ministero dei trasporti non è certo venuto in mente. Questa dei fari è un po' come le torrette "baywatch" al mare. Se andate per esempio a Jesolo ne trovate una ogni pochi metri. Brutte e ingombranti, ma tanto chic. Se ce le hanno in California, perché non dobbiamo averle anche noi? Poi, che in California il mare dell'Oceano abbia onde alte metri e metri e che il nostro Adriatico sia praticamente piatto, questo poco importa. Restano i bagnini palestrati, quelli sì, li trovi anche dalle nostre parti. Così, statene certi, il ragionier Brambilla, appena spenti i fari e arrivato in spiaggia, si beccherà l'ombrellone dietro alla capanna con le palafitte e dovrà godersi lo spettacolo di bicipiti luccicanti e neanche l'ombra di una Pamela Anderson. L'ombrellone, ovvio, costa una buona dose di euro. Anzi, come tutto il resto, è stato arrotondato alla virgola (senza il punto, stavolta) superiore. Però, volete mettere. Ci diranno che siamo bravi come gli scandinavi. Previdenti come i californiani. E gli esempi potrebbero continuare. Per fortuna, poi, basta uno un po' distratto, che dimentica un punto e virgola, e ci confermiamo per quello che siamo: inesorabilmente italiani.
